Tuesday, August 5, 2003

il mio primo viaggio in scandinavia

Bologna, Domenica 20/07/2003

A quanto sembra il viaggio non è cominciato secondo i migliori auspici. Prima di partire ho avuto l’accortezza di litigare con buona parte dei miei “relatives” con la piacevole eccezione di mia mamma che è stata così gentile da attendere sul binario la partenza del mio Primo treno per Parma, nella stazione di Santo Stefano ieri sera alle 21.15. La cosa davvero divertente è che ancora prima di partire ho realizzato di aver compiuto il primo grosso errore: il caricabatteria del mio Ericsson –quante ne abbiamo viste assieme- sta ancora placidamente riposando sul divano della mia camera da letto a Parma, e ciò significa problemi nel ricevere telefonate a partire dalla seconda settimana. Da questo punto di vista trovo essere una fortuna il fatto che mi siano rimaste così poche persone cui telefonare. Con tutta la mia buona volontà, intesa come voglia di alzarmi prima del canto del gallo, non mi è stato possibile prendere un treno presto quanto avrei desiderato: sembra che il confine con l’Austria non sia tra le mete contemplate dalla neonata Trenitalia, o comunque non è la destinazione preferita per un abitante della Pianura Padana, vista la scarsità dei collegamenti offerti.

Nonostante stia di fatto tagliando i contatti con il mondo conosciuto, i posti tanto amati, le persone a me più familiari… alla scoperta di qualcosa di completamente nuovo, non si può dire che mi senta esattamente eccitato, né particolarmente preoccupato o felice, né sicuro sulla possibilità di riuscita del viaggio. Dentro di me coltivo forte il sollievo per aver lasciato tutto quello che mi assilla così intensamente alle spalle. E’ una sensazione riposante sapere che per le prossime due settimane non avrò da compiacere nessuno se non me stesso, non dovrò rendere conto a nessuno dei miei spostamenti e delle mie decisioni, nessuno vigilerà sui miei errori e le mie paure. Sarò incommensurabilmente solo e lontano da tutti, ma ciò non mi spaventa, anzi, acuisce solo la mia curiosità: come reagirò a tutto questo? Diventerò schizofrenico? In effetti mi si sta aprendo davanti agli occhi un periodo in cui l’unica persona che frequenterò continuamente sarà… “Me”, o al peggio la mia citata schizofrenia latente. L’unica cosa che trattiene un poco la mia spensieratezza in questo preciso momento è che sto per andare in posti in cui persino l’aria che respirerò costerà dei soldi, e mi sembra uno spreco essere in procinto di spendere così tanto denaro senza sentirmi eccitato per il viaggio. Penso tuttavia che le cose cominceranno a cambiare non appena smetterò di parlare Italiano perché per me è sempre il momento topico della vacanza l’istante in cui realizzi che se ti comporti, parli e ragioni come se fossi ancora nel tuo paese nessuno sarà in grado di capirti, non più.

Ora come ora mi trovo su un assolato binario della stazione di Bologna dal quale tra poco partirà il mio treno interregionale per il Brennero.



Sono passate solo poche ore, e ho già raggiunto il Brennero al confine tra l’Italia e l’Austria. Da piccolo sono venuto spesso in Trentino per trascorrere le vacanze estive, e ancora adesso, ogni volta che vedo questi fantastici paesaggi alpini vengo rapito dall’eccitazione mentre il cervello rimembra il profumo di sottobosco, misto di muffe e funghi, l’odore del fieno misto al dolce sterco di mucca, i paesaggi brulli oltre i 2000 metri, e soprattutto la gioia di bere la freschissima acqua dei ruscelli senza l’esigenza di una pastiglia di cloro! Magico! Mi verrebbe quasi da fermarmi qui a dormire per un giorno, ma il viaggio è praticamente appena iniziato, ed inoltre, non lontano da qui, a Bolzano, abita una delle persone più ignoranti, infantili e menefreghiste del pianeta, tale Omar Andolfato, con il quale ho la sfortuna di condividere l’appartamento a Parma. I miei pensieri si soffermano spesso di fronte all’esile speranza di tornare a Parma tra due settimane per scoprire che ha sbaraccato la stanza per dar spazio ad un nuovo coinquilino/a.



L’interregionale che ho preso terminava la corsa (abbastanza ovviamente) sul confine con l’Austria, quindi, per proseguire il viaggio entrando finalmente nella mia area Interrail, ho dovuto prendere un Eurocity. Mi piacerebbe che qualcuno mi spiegasse il motivo per il quale non ho pagato per prendere quel treno. In Italia è un Intercity e come tale necessita il pagamento di un supplemento piuttosto salato per chi è abituato all’economicità dei treni italiani, ma fuori basta solo il mio fantomatico biglietto interrail. Comunque, appena trovato posto sul treno con i miei zaini da 27 kg, ho trovato sul tavolino accanto a mio una guida Routard, il mio migliore amico nonché compagno di viaggio, che ho felicemente appreso appartenere a due fiorentine in viaggio per Capo Nord.

‘Ma siete pazze ad andare fin lassù?’, mi veniva da chiedere…



Copenaghen, Lunedì 21/07/2003

Si, ieri ero decisamente troppo stanco per continuare a scrivere. Le mie intenzioni erano di raggiungere Monaco in treno e fermarmi là in un ostello, ma l’incontro con Valentina ed Alice ha leggermente modificato i miei piani. Loro erano così amichevoli e frettolose di scappare verso il nord che l’idea di spezzare il viaggio in due non le ha neanche attraversato il cervello, e, a posteriori, non posso certo darle torto. Questo ha però avuto una spiacevole conseguenza per tutti, visto che ci siamo trovati a trascorrere una interminabile notte in piedi nel corridoio di un fottutissimo intercity tra Norimberga ed Amburgo. A quanto pare l’intercity per i tedeschi è l’equivalente di un espresso a lunga percorrenza, con la differenza che è davvero saggio avere una prenotazione. Mi viene da tremare al pensiero di quanti euro escono dalle tasche dei poveri tedeschi che poi si trovano a passare la notte in piedi su un treno stipato all’inverosimile, ma qui devo un plauso al loro comportamento. Nonostante non fossi in grado di comprendere i loro discorsi, e non essendo i tedeschi famosi per la loro conoscenza delle lingue, ero comunque in grado di cogliere lo spirito di fratellanza tra i moltissimi colleghi privi di prenotazione. In Italia, in una situazione simile sentiresti innumerevoli ingenue ed ignorantissime voci prendersela con i politici o il governo ladro (in base al colore dello schieramento di appartenenza), o con “le FS di merda”; dopo poche ore i più comincerebbero ad ignorare gli onnipresenti divieti di fumare saturando di fumo la già poca aria di chi già è disagiato per il fatto di non avere un posto in cui sedersi, e non contenti lascerebbero la sporcizia per terra, convinti che con il trattamento subito dall’entità superiore portatrice di sventura, il minimo è fargliela pagare sporcando e distruggendo tutto quello che è a portata di mano. E i tedeschi? Macché! Ho visto un sacco di persone ridere simpaticamente, raccontando di altri viaggi similari, rispondendo all’innegabile disagio con gentilezza e solidarietà, per esempio offrendo una voluminosa valigia come sedia alle mie amiche, o, qualcuno, addirittura, rinunciare al proprio posto prenotato per dare beneficio a qualcuno che sembrava averne più bisogno. Bravi, davvero. E pensare che parlano così male di voi… “crucchi”. La tappa da Amburgo a Copenaghen ha avuto anche un piacevole diversivo: ad un certo punto il treno è entrato in quella che aveva tutte le apparenze di una stazione terminal, ma che si è invece rivelata nientepopodimenoché la stiva di una barca in grado di contenere più di un treno intero, più camion, macchine, supermarket, ristoranti, casinò eccetera; tutto era così interessante che per un pelo non ho rischiato di perdere treno e valige e, quel che è peggio, di farlo perdere alle mie due compagne di viaggio, che evidentemente erano troppo stanche per scorticarmi vivo, come avrei meritato.



Una volta arrivato a Copenaghen, giusto per ricordarmi che ovunque io sia la fortuna è da un’altra parte, ha cominciato a piovere piuttosto violentemente, quindi ho pensato di rimandare la ricerca di un campeggio optando anzi per l’ostello. Nonostante avessi un’ottima cartina della città, ho ritenuto buona idea l’entrare nell’ufficio informazioni, vicino al parco di Tivoli (due passi dalla stazione) e torreggiato da una enorme i, ma non appena entrato ho trovato un sacco di italiani intenti a criticare l’inefficienza della città, la pioggia, la sfiga, il pavimento, l’aria… e ne ho avuto la nausea in modo così intenso da decidere di scappare in campeggio. Non avevo il cuore di dividere la stanza con qualche italiano, ed ho temerariamente deciso di sfidare la pioggia. La mia guida, o meglio, il mio amico, ne segnalava uno raggiungibile gratuitamente e rapidamente (in virtù dell’interrail) con la metropolitana (l’esatta copia di quella che c’era a Dublino, ma rossa anziché verde, che è il colore ufficiale dell’Irlanda). Sono così rientrato in stazione, guidato dal mio formidabile (nonché famoso) istinto da boyscout ed ho chiesto informazioni in biglietteria sul come raggiungere Brondbyaster, che è la direzione suggerita dalla Routard per raggiungere il campeggio; ciò ha rappresentato il mio primo impatto con il fantastico livello dell’inglese dei Danesi. Parlando senza la minima inflessione, un ragazzo che avrà avuto massimo cinque anni più di me mi ha indicato l’S-Tog, che significa treno sottoterra, in direzione Hoje Taastrup.



Mentre camminavo per la stazione c’erano molti pensieri che affollavano il mio cervello. Intanto sembra che le stazioni dei paesi nordici siano un po’ anche centri commerciali, visto che al loro interno si può trovare praticamente di tutto, dagli articoli di abbigliamento alla frutta; mi stupiva molto anche il fatto che le persone non mi evitassero, visto che la scia di sudore che lasciavo dietro bastava a scacciare le zanzare dell’intera regione; mi stupiva l’incredibile numero di ragazze giovani, belle, bionde e dagli occhi chiari, prevalentemente azzurri; mi stupivano le numerosissime facce amichevoli dei locali, anche se probabilmente sorridevano più al mio zainone che alla mia facciona sudata affaticata per il peso e la mancanza di sonno… ed a proposito di zaini, non si può certo dire che fossi l’unico a viaggiare in quelle condizioni. In effetti Copenaghen è, contrariamente alle aspettative, una rinomatissima meta di routards zaino in spalla. Me ne chiedevo il motivo, ma ancora non riuscivo a capirlo, e non lo avrei capito prima di raggiungere Christiania.



L’ingresso sull’efficientissimo treno è stata un’ulteriore sorpresa, visto l’incredibile numero di ragazze sole dall’incommensurabile bellezza: ma sono già in paradiso? Non tutte erano “fighe” secondo i canoni latini: molte erano rotondette, dotate cioè di una discreta dose di pancetta alla quale, chi viene dal Mediterraneo, non può non far caso, ma una volta fattoci l’occhio ci si accorge che ciò nulla toglie alla loro bellezza, anche se a prima vista non è così semplice capirne il motivo.



Raggiunta la mia fermata ho avuto il secondo impatto con la profonda conoscenza dell’inglese di queste persone, visto che una signora sulla settantina mi ha indicato, con un buon inglese, come raggiungere il campeggio!



Arrivato là e dilapidati non meno di 500 m3 d’acqua con un’interminabile doccia, però, non solo aveva smesso di piovere, ma era addirittura tornato un timido sole in grado di dare nuova linfa ad un paesaggio altrimenti un po’ scialbo, costituito da una verdissima pianura assolutamente priva di rilievi fin dove si estende la vista (il che, nel mio caso, significa molto lontano) e interrotto qua e là da ordinati palazzoni in cemento armato, piuttosto freddi, a dire il vero; assieme al sole sono anche riaffiorate le mie formidabili energie da spaccalegna, ed ho optato, dopo un gustosissimo piatto di spaghetti allo scoglio (grazie mamma!), di andare in centro. In città, dimentico del crescente dolore sotto i piedi dovuto ad un paio di calli che da settimane mi tormentano, ho girato tutto il centro per cinque ore. Avrei desiderato prendere una delle 1000 biciclette gratuite offerte dal comune, ma non avevo un gettone da 20 Krone da inserire dentro (c’è un sistema tipo carrelli della spesa) perché non avevo ancora avuto tempo per cambiare il travel-cheque… ho preferito sacrificare quello che restava dei miei piedi. Vagando per i quartieri, tra parchi e canali collegati con il mare e pieni di barche, continuavo a vedere bellissime persone, di cui molte ragazze, sole in buona percentuale; molte mi guardavano con facce amichevoli probabilmente per la mia insolita capigliatura, e devo dire che molte mi sorridevano in segno di amicizia, ma nessuno mi rivolgeva la parola. La cosa mi sembrava perfettamente prevedibile per quella che in fondo è una città dominata dai turisti in questo periodo dell’anno, ma viaggiavo solo dalle prime ore del pomeriggio dopo un periodo di due mesi in cui non si può certo dire che abbia frequentato molte persone, quindi ero abbastanza desideroso di conoscere qualcuno, anche se troppo timido per mostrarlo apertamente. In pratica camminavo con un passo veloce, senza soste, come se sapessi perfettamente dove stessi andando; il mio altrettanto famoso senso dell’orientamento mi consentiva di spostarmi senza ricorrere troppo spesso alla cartina che seguitavo a portare con me, quindi non sembravo davvero un turista… eppure ciò non mi impediva di ricevere numerose occhiate di curiosità. Adesso che ero così lontano dalla mia pur solitaria esistenza in Italia, devo confessare che cominciava ad affiorare lo sconforto: avrei continuato a vagare solitario per i giorni a seguire? Avevo voglia di farmi amici, ma il campeggio non sembrava precisamente pieno di coetanei, né la città sembrava colma di gente desiderosa di fare la mia conoscenza. Cominciavo a pensare: se nel mio ambiente ho tante difficoltà a farmi amici, come pretendono che me ne faccia in un posto che è così lontano e diverso? Spinto dal bisogno di incontrare gente meno ostica ho deciso coscientemente di andare a Christiania, essendo quello il posto in cui si radunerebbero i giovani un po’ alternativi e di sinistra se fossi ancora in Italia.



Non si può certo dire che sia difficile trovare l’ingresso al quartiere: mano a mano che ci si avvicina aumenta sempre di più il numero dei ragazzi che si muovono da e verso la “zona libera”, fino a che si arriva di fronte ad un angusto passaggio tra due caseggiati; c’è un odore di sporcizia, più di ogni altra cosa, a segnalarti la fuoriuscita dal quartiere “civilizzato”, ma non è poi così pungente, e soprattutto non c’è la sporcizia per terra che ti aspetteresti… ma fatti due passi si possono ammirare due striscioni “Welcome to the free zone of Christiania”, subito seguito da “Say NO to hard drugs”. A quanto sembra, quindi, c’è una forma di autoregolamentazione. Ancora qualche passo e cominciano le bancarelle con le droghe più disparate: hashish, cannabis, joints assortiti, semini di marijuana e piante sviluppate, cartine lunghe… ci sono cose di ogni tipo, per tutti i gusti e su tutti i livelli; osservando le case sopra il quartiere si vedono piante di marijuana sporgere dai vetri, alte non meno di tre metri… ma non è questo che mi ha davvero sorpreso. Fattaci l’abitudine, esso non è altro che un emporio gestito da giovani, e non si può certo dire che le persone scoppino di felicità, visto che mentre passi ti guardano come se solo grazie al tuo acquisto il loro tempo avrà un senso. Ma dopo altri 50 metri, c’è il finimondo: tre ristoranti che danno su una graziosa piazzetta zeppa di tavolini annaffiano di birra le 800 persone che anziché fumare sigarette, ostentano indifferentemente il loro joint. Ci sono persone persino sul tetto di uno dei ristoranti. C’è anche una specie di Saloon con tanta gente che gioca a Backgamon, illuminato dalla fioca luce del sole che riesce a filtrare l’intenso fumo di cui è satura l’aria. Purtroppo, ovunque posi gli occhi vedo persone più grandi di me, quindi vedo scarse possibilità di attaccare bottone; ci sono anche persone molto fumate, a dire il vero, ma non sono assolutamente fonte di minaccia per mio istinto.



Decido di averne avuto abbastanza, e abbandono la “zona” per cercare un bancomat; ancora adesso non riesco a capire esattamente quanto ho prelevato, ma di sicuro non abbastanza! I prezzi al consumo non è che siano proprio elevati, ma gli articoli di mio interesse (leggi birra) sono piuttosto costosi. Più o meno 20 Krone sono 2.6 €, e la birra costa! Stavo per tornare verso il centro, ma la prospettiva di continuare a camminare per il resto della serata non rientrava nei desideri dei miei poveri piedi, quindi ho ripercorso la strada per tornare in quella che da qui in poi chiamerò semplicemente “la zona”, ed è stato proprio allora che le cose sono cambiate.



Proprio davanti all’entrata c’era una persona che fermava quasi tutti i passanti, probabilmente chiedendo spiccioli; uscendo io avevo preferito cambiare marciapiede, ma ormai mi sentivo abbastanza tranquillo da fregarmene, quindi ho proseguito lungo il marciapiede; il tizio, che avrà avuto sui 37 anni, si rivolge a me in Danese, e io gli rispondo, ovviamente in Inglese… al che lui mi chiede da dove venga, e di li a 5 minuti rientravo nella “zona” scortato dal mio amico Renato di Chiavari. Mentre mi scolo una pinta e lui si ciuccia il suo joint, mi racconta di essersi sposato con una danese conosciuta in viaggio parecchi anni fa, e di aver vissuto qui per 20 anni; mi racconta di quanto diversa sia la vita nei paesi nordici, mi chiede di Berlusconi, dei movimenti di sinistra, di che fine abbiano fatto i sessantottini, della libertà di parola e di stampa in Italia… e poi ancora mi racconta delle ragazze di Copenaghen. A detta sua sono ragazze facili, che “la danno” senza troppe storie, altamente amichevoli, “friendly”, come dicono gli inglesi; mi ha anche avvertito che per quanto le danesi siano facili, non sono molto disposte a storie da “botta e via” con turisti che restano per qualche giorno e poi spariscono per sempre, e, a dire il vero, la cosa mi sembra più che comprensibile. Anche i ragazzi, dal canto loro, sono persone estremamente disposte alla concertazione e al dialogo tra le parti, assolutamente piacevoli. Quando gli ho detto che sarei partito Mercoledì, però, c’è rimasto male, perché a detta sua, è da pazzi non trascorrere a Copenaghen almeno un Sabato sera; le persone, anche i giovani, lavorano durante la settimana, quindi alla sera non escono. Mi ha fatto capire che era davvero meglio fermarmi ancora, quindi ho deciso di tornarci prima del rientro in Italia.



Poco dopo mi ha portato nella via principale di Copenaghen, mostrandomi tutte le birrerie più “in”, e i locali con musica dal vivo. C’era qualcosa di magico nell’incontrare una persona così simile a me: non è di certo una persona da prendere come esempio, visto che è partito dopo aver a malapena finito il Liceo, ma mi ha fatto capire che con una laurea in Ingegneria, in un paese come questo, sarebbe davvero facile vivere bene e felicemente. Camminavo speditamente cercando di seguirlo per le vie e i discorsi mentre lui spingeva la sua bicicletta, ed intanto cercavo di immaginare la mia esistenza in una città aperta come questa, le persone che avrei incontrato e mi sarei fatto amiche, le ragazze, la birra, la tutto sommato vicinanza a casa mia (appena due ore di aereo), il clima non certo rigido… che posto splendido poteva essere…



Copenaghen, Martedì 22/07/2003

Tornato in campeggio ho dormito per 12 ore filate e mi sono svegliato alle 13.00 sotto uno splendido sole, alto nel cielo come non lo avevo mai visto; lo stesso cielo, visto da qua, appare più alto, profondo, grande e potente!

Essendo solo martedì, e memore degli ammonimenti di Renato, ho preferito mangiare nel campeggio, sperando di fare qualche conoscenza; davanti alla tenda c’era un gruppo di francesi, almeno credo, che viaggiavano con un intero autobus al posto delle macchine!!!, ma il mio Francese è davvero stentato, e anche i Francesi non vanno famosi per la loro conoscenza delle lingue, quindi ho preferito mangiare dall’altro lato della tenda… EVVIVA! Due bellissime ragazze in difficoltà nel montare una tenda! Quale ottima occasione per fare conoscenza. Mi sono avvicinato a loro con un sorriso sornione, e loro mi hanno dato fiducia, tant’è che in pochi minuti la tenda era in piedi, nonostante i numerosi pezzi mancanti. Ho avuto quindi modo di cominciare a parlare sul serio in Inglese, anche se, per adesso, solo con queste due tedeschine che ad un esame più attento si sono rivelate “da arresto”, ovvero appena maggiorenni. La cosa ha preso un significato tutto particolare quando è rientrato il padre, che mi ha ringraziato con un Reminghton (fucile da caccia) disegnato nelle pupille degli occhi: PECCATO!

Al rientro in città ho finalmente sperimentato la gioia dello spostarsi lungo le infinite piste ciclabili con la bicicletta. Le guide parlano di decine di chilometri di piste ciclabili, interrotte solo dai simpatici semafori intelligenti. Con un gettone da 20 Krune ho preso una delle tante bici offerte dalla cittadinanza ed ho cominciato a vagare per le vie del centro. Ho così scoperto un sacco di cose che difficilmente avrei potuto vedere se avessi continuato a camminare: una sorta di cittadella in cui i danesi vanno a correre sulle mura (vicino al molo), il molo stesso, i quartieri che si estendono al nord della città…



Per mettere alla prova l’onestà ho persino deciso di lasciare la bici con il gettone inserito davanti ad un supermercato… che dopo mezz’ora era ancora lì ad aspettarmi con il suo bel gettone inserito. Ho scoperto che i Danesi non amano particolarmente gli yogurt, nel senso che non ci sono poi molte marche, ma ce ne è uno che somiglia al nostro DanUp che è veramente favoloso, anche se assolutamente non ne ricordo il nome. Dando un’occhiata tra gli scaffali ho visto un sacco di culture diverse. Pasta e sughi Barilla, pesto, pizze surgelate, wurstel assortiti, insaccati… ma non ho trovato proprio nulla di diverso da quello che già conosco, nulla di tipico. In parte era una delusione, davvero, perché sognavo di tornare in campeggio con qualcosa di succulento da provare… invece c’erano tante cose che sono più o meno solito mangiare in Italia, ma di peggior qualità: chi di noi accetterebbe degli insaccati confezionati? Ho preferito desistere e tornare in centro.


Ho continuato a pedalare ed ho scoperto un parco davvero molto bello in cui era in corso un tramonto mozzafiato, ma la foto non è venuta esattamente come speravo, né i tentativi di correggerla al computer hanno avuto successo! Di questo devo incolpare la mia infinita stupidità nel dimenticare a Parma la fotocamera, in primis, e ovviamente la scarsa qualità del mio scanner!



Per adesso non ho ancora fatto incontri. Sono le 20.00 ed il cielo di un azzurro tenue è infiammato dalla luce azzurra del sole-highlander. C’è da dire, a proposito, che ieri sera è rimasta “sera” fin a ben oltre le 23 e non era neanche una bella giornata. Penso sempre meno all’Italia e a tutte le cose che ho lasciato irrisolte. Passo il tempo passeggiando ed ascoltando brani di conversazione in una lingua che non conosco, ma che si è rivelata un punto d’incontro tra l’inglese ed il tedesco; non è un caso che riesca ad intuire qualche parola di quanto viene detto, soprattutto quando la vedo scritto! Il suono è lontano dall’inglese, pur non raggiungendo la difficoltà di pronuncia del tedesco: non dev’essere così difficile da imparare! Già che ci sono devo porre un quesito: perché tutte le bionde sono vestite di bianco?



… e sono di nuovo nella zona. Tralasciando i chioschi con i vari tipi di fumo esposti con tanto di cartellino indicante il prezzo e l’indescrivibile odore di migliaia di cironi accesi, non si può non parlare degli incredibili personaggi che passano la giornata con un sacco in mano alla disperata ricerca di lattine di birra o bottiglie di vetro; trattasi di ricerca remunerativa, visto che la loro restituzione fornisce da 1 a 3 Krune… tutto bene, sono d’accordo! Il fatto è che ci sono un sacco di vantaggi nel vendere le lattine con un leggero sovrapprezzo per poi restituirlo a chi riconsegna i vuoti: innanzi tutto è arduo vedere lattine per strada, e già questo non è da poco; in secondo luogo non si vedono persone chiedere l’elemosina, o almeno non se ne vedono poi molte. Ma la cosa davvero bizzarra è che queste persone frugano anche nei cestini dell’immondizia; ne ho visti molti attrezzati di luce e guanti, così da non dover competere con quelli che lo fanno solo con la luce del giorno! Che sia questo uno degli infiniti fattori che ha decretato la pulizia per le strade?

Ora come ora mi trovo sul tetto di uno dei ristoranti della zona; sono circondato da persone di ogni età, soprattutto cittadini benpensanti, con un discreto numero di minorenni che entrano nella zona, devono una birra, mangiano un panino, fumano e se ne vanno. Altra differenza che noto solo ora è la quasi totale assenza delle fastidiosissime suonerie degli stramaledetti cellulari! Non è che qui non ci siano cellulari, anzi, la penetrazione è più o meno la stessa, a prima vista… né è diverso il numero delle chiamate ricevute… semplicemente ci sono molte più persone che usano la suoneria con educazione.

Ho deciso che questa città mi piace proprio: è davvero un peccato dover partire domani!



Sul treno Copenaghen - Stoccolma, Mercoledì 23/07/2003


Stamattina, di buon’ora ho lasciato il mio bel campeggio con qualche rimpianto per la serata senza incontri ma con la speranza di avere più fortuna in Svezia. Ma come deve essere fatta la Svezia? Di mio so solo che è piena di belle ragazze, ma non è che possa dire molto di più! Il treno corre lungo l’interminabile ponte che collega Copenaghen con Malmö, la prima città che si incontra andando in Svezia, generalmente prima tappa di tutti i routards. Poiché io sono certamente un routard, ma la mia guida Routard segnala essere una città in cui l’avvenimento più importante è la ritirata dello sciacquone… ho deciso di proseguire direttamente per Stoccolma, “tanto c’ho l’interrail…”. Poco prima di scendere a Malmö, una gentile voce femminile avverte dagli altoparlanti che sul binario accanto è in partenza il treno per Stoccolma, ed io, ancora una volta felice dell’incredibile livello raggiunto dal mio inglese, sono zompato sul treno.



C’erano delle altre ragazze a salire con me, straniere ad un primo sguardo, ed ho subito pensato di non prestar fede alla vocina dentro di me che le voleva scontrose e di cercare di sedermi accanto a loro. L’impresa non sembrava complicata visto l’importante numero di posti vuoti, ma le loro facce erano decisamente preoccupate dalla mia vicinanza, ed ho preferito andare da un’altra parte. Trovato quindi un posto, ho abbandonato lo zaino su uno dei sedili e mi sono seduto sull’altro, suscitando, tra una sbuffata e l’altra, l’ilarità di una ragazza indubbiamente svedese! Eureka! Dopo un po’ che ci fissavamo ho attaccato bottone chiedendo nel mio migliore inglese quanto impiegasse il treno ad arrivare a Stoccolma, e la ragazza mi ha gaiamente risposto (mi ha detto 5 ore, si, ma chi se ne fregava?) ed abbiamo continuato a conversare amabilmente per le successive 2 ore, di un sacco di cose. Mi ha spiegato che i cinema sono solo in inglese con i sottotitoli in svedese; mi ha raccontato di essere stata in Germania a studiare il tedesco, e di essersi messa a ridere vedendo Bruce Willis parlare tedesco con una voce non sua, anche senza muovere le labbra! Mi ha raccontato del suo paese durante l’estate e l’inverno, del sole e del freddo, dell’acqua dei laghi… ed, ebbene si!, anche del suo ragazzo rimasto a Malmo a fare non so cosa. Il fatto che mi abbia parlato del suo ragazzo ha avuto dei riscontri importanti, devo dirlo, ma sarà più chiaro dopo! Ebbene, dopo un po’ le ho chiesto quanti anni avesse, e quando mi ha risposto 16 ed io le ho detto che pensavo fosse molto più vecchia, due distinti pensieri hanno attraversato i rispettivi cervelli:

Cervello di Michele: Merda! Mi arrestano!

Cervello della svedese sedicenne: uuuaaaaauuu!

Infatti le guance le si sono colorate di rosso, e per un po’ si è rinchiusa in se stessa. A quanto pare, l’essere apprezzata da un ragazzo italiano della mia stazza è una cosa che non le dispiaceva, ma, merda, aveva il ragazzo, ed io non posso fare una cosa simile per una notte soltanto! Successivamente ha voluto consultare la mia lista dei campeggi di Stoccolma, ed è rimasta stupita di trovarne uno molto vicino a casa sua, tanto che ha chiamato sua mamma per dirglielo!!! Adesso vorrei poter negare di aver fatto quello che ho fatto, vorrei farlo davvero, ma non posso. Vedete, cominciava a fare sera, ed avevamo chiacchierato per il pomeriggio mentre ancora non avevo cambiato i soldi! Ebbene: sua madre si è offerta di accompagnarmi in macchina nel campeggio vicino a casa loro, ma io ho gentilmente rifiutato per andare invece in un altro campeggio vivamente consigliato dalla Routard! Ancora adesso mi chiedo il motivo del mio diniego; voglio dire, era razionale perché ero senza soldi svedesi, senza un posto in cui dormire, in compagnia di una ragazza fidanzata ecc… ma se fossi risultato simpatico alla madre di questa bella svedesina avrei magari ricevuto un invito a cena, e magari avrei passato con lei la serata, e parte del giorno successivo… ok: ”ho sbagia’’”: volete impilarmi? Devo dire che tutte queste belle cose le ho pensate mentre camminavo verso il campeggio, più tardi (in parte imprecando, a dire il vero), ma lì per lì la cosa che mi ha davvero convinto è stata la mia guida che avvertiva, riguardo del campeggio vicino alla casa della mia amica, sulla necessità di prendere il metrò e poi l’autobus. Potete immaginare quanto felice fossi di fronte alla necessità di essere autobus dipendente… Così ci siamo lasciati, non prima di averle spiegato qualcosa dell’Italia e di averle abbozzato una cartina con le più belle cose da vedere, visto che mi ha chiesto quali posti dovessero essere visitati.

Ma ho parlato tanto dell’incontro senza nulla dire di quello che vedevano i miei occhi: com’è la Svezia? Ebbene, per chi viene dalla Danimarca, l’effetto è simile a quello che si prova salendo una di quelle tortuose strade di montagna che dal livello del mare portano sino ad un passo dolomitico. Abeti sparsi qua e là, prati, laghi, prati, colline, prati, ruscelli, prati, foreste e prati! Se l’ambiente fosse un pelo più impervio mi ricorderebbe i paesaggi descritti da J. R. Tolkien, ma, ahilui, qui l’atmosfera è immensamente più serena e baciata da un sole amichevole. Il treno che ho preso, alla faccia dell’interrail, è l’equivalente di un intercity, e, all’arrivo di una controllore ho dovuto sborsare 8,00 €, ma ho ricevuto il resto in Krune Svedesi e sono quindi stato in grado di pagare un ben magro pranzo a base di una specie di pasta al cioccolato che ricorda la castagnina (ma solo dal colore!).


Appena arrivato alla stazione di Stoccolma mi sono un po’ perso, perché è divisa su più piani, e non è immediato trovare la metropolitana, almeno se per cercare in giro devi portarti dietro un carico da 26 chili!!! In ogni caso sono presto riuscito a trovare l’ufficio della Forex in cui ho cambiato il primo travel-cheque da 100 €. Comprato poi un abbonamento per tre giorni alla metropolitana, ho preso il treno da T-centralen a Mälarhöjden (ho impiegato due minuti per riuscire a scriverlo giusto: spero lo apprezzerete); il metrò si è rivelato molto efficiente, ma invero piuttosto lento, visto che per raggiungere Mälarhöjden (Dio benedica il “copia ed incolla”) ho impiegato più di mezz’ora. Una volta là non è stato difficile raggiungere il campeggio, nossignore! Ma è stato faticoso, quello si!



Ho camminato sfruttando le ultime energie rimastemi, a tappe forzate, come direbbe Cesare in una versione di latino, ed ho impiegato 15 minuti! Insomma, quando ho finalmente raggiunto il campeggio ero davvero spossato, sfinito, kaputt, “desfado”… e il morale era davvero sotto i tacchi perché la sistemazione non era delle migliori: nel migliore dei casi, 40 minuti di viaggio solitario per raggiungere il centro città, ma poteva andare peggio, visto che l’anno scorso ho soggiornato per quattro giorni in un campeggio a 38 chilometri da Londra…


In ogni caso il posto era magnifico, davvero. Il campeggio consigliatomi dal mio amico, la guida Routard da qui in poi detta semplicemente “amico”, sorgeva su un bellissimo lago, costellato da degli ammassi di rocce levigate quanto basta da potercisi sdraiare per dormire. Il campeggio era gestito da una persona di squisita gentilezza e dotata di un inglese un po’ stentato, a dire il vero. L’acqua del lago, dal canto suo, era abbastanza fredda da non essere invitante, ma lo spettacolo di questo lago con Stoccolma sull’altra riva era così intenso che non ho sentito il bisogno di tornare indietro per la serata. Il campeggio è, infatti, accerchiato dalla foresta e delimitato dal lago, coperto da flotte di ululanti gabbiani mannari in servizio 24 ore su 24, e poggiante su un dolce prato verde Irlanda. Una volta aperta la tenda mi sono fatto un piatto di spaghetti con i funghi, ed ho approfittato del frigorifero per riporre tutte le cose commestibili al fresco: peccato non avere un po’ di latte! La compagnia nel campeggio era un po’ deludente, visto che ero praticamente l’unico della mia età. Ma era davvero così? Poco dopo ho visto due ragazze in una tenda, ma ancora una volta ho avuto la netta impressione di non piacere loro, ho avvertito la loro diffidenza, ed ho resistito alla tentazione di approcciarle. In cuore mio sapevo di aver bisogno di compagnia, ma sentivo anche di non dover elemosinare la compagnia… così sono andato tristemente a dormire, preferendo la compagnia di Tom Clancy a quella di due persone con il dubbio desiderio di farmi compagnia.



Stoccolma, Giovedì 24/07/2003

Maledico me stesso per la mia stupidità: perché non ho scritto nulla di quello che avveniva a Stoccolma nel mio diario? Il fatto è che tra il campeggio e la città c’era una distanza in termini di tempo non indifferente, perciò non era così facile trovare il tempo per scrivere. Adesso mentre scrivo sono a casa mia in Italia, cercando di ricostruire i percorsi da me seguiti, e lo trovo abbastanza difficile visto che è quasi passato un mese! Mi sono svegliato alle 7.00 del mattino grazie alla sveglia del campeggio (i simpaticissimi gabbiani), e forte del mio abbonamento per la metropolitana ho fatto un giro approfondito della città; sono sceso a T-centralen ed ho camminato per la città deserta delle nove del mattino; non sapendo dove andare, ho preferito girare a zonzo, sapendo che prima o poi avrei trovato qualcosa in grado di suscitare il mio interesse. Ho trovato un parco molto verde, poi una chiesa su una specie di collinetta, che però era ancora chiusa ai visitatori, circondata da un cimitero pieno di lapidi di nobili nordici. Poi ho deciso che l’atmosfera era abbastanza desolante, ed ho cercato di riguadagnare il centro città.



Lungo la strada ho trovato un 7-eleven ed ho fatto colazione con una specie di brioche insipida e poco dopo ho trovato una specie di cooperativa, ed ho fatto il pieno di B-I-R-R-A, yogurt e baguette. Poi ho ripreso a vagare per la città, sgolandomi lo yogurt in pochi sorsi (era da bere); ho preso la metropolitana da una stazione piccolina, ed ho deciso d’istinto di andare al mare! In effetti ho pensato: se fossi una bella ragazza svedese in cerca di un fantastico viaggiatore italiano solitario, dove andrei in una giornata relativamente calda come questa? Al mare, no? Si, ma dov’è la spiaggia? Secondo il mio formidabile intuito avrei dovuto viaggiare verso est, ovvero verso il mare, quindi ho preso un treno in quella direzione, ma appena sceso mi sono reso conto di un errore: il mare c’è, ma dov’è una spiaggia? In effetti qui non ci si aspetta di trovare uno stabilimento balneare, visto che manca anche la sabbia! Un po’ scosso per la scoperta ho cominciato a disperare di trovare qualcosa di davvero interessante da fare nel corso della giornata. Ma in lontananza ho visto un ragazzo di circa 17 anni che evidentemente aspettava qualcuno. Mi sono avvicinato e gli ho chiesto dove fosse una spiaggia. Indicazioni fantastiche, se non fosse che ogni stazione della metropolitana ha per lo meno tre uscite, ed in certi casi addirittura 6, quindi io che ho già difficoltà ad indovinare un fifty-fifty di probabilità, ho azzeccato subito l’uscita sbagliata, e prima di raggiungere la spiaggia ho fatto in tempo a visitare circa 10 ettari di quartiere; il fatto è che a Stoccolma, così come a Venezia, il fatto di aver trovato acqua, per esempio quella di uno stagno, non significa affatto aver trovato il mare. Tuttavia ciò mi ha consentito di pranzare con… il salame di mia mamma. Si, perché quando ho aperto la baguette la ho scoperta deliziosamente farcita di una viscida salsa che ricordava soffritto crudo: poveri francesi! Inizialmente le papere che mi facevano visita erano schifate quanto me dal contenuto della mollica, ma quando hanno capito che non avrei dato loro niente di più appetibile, hanno accettato, riluttanti, tale insulto al concetto terrestre di pane. A quel punto un signore anziano si è rivolto a me in svedese, ma purtroppo non era in grado di passare all’inglese, allo spagnolo o, alla peggio, al francese, quindi abbiamo dovuto parlare nel linguaggio internazionale dei gesti. In codesto fantasioso linguaggio ha indicato dapprima le papere, poi il cibo che stavano mangiando, ed infine ha rappresentato un’esplosione. Chi riuscisse a decifrare l’enigma è pregato di mandarmi un e-mail al più presto; io, di mio, ho pensato mi stesse chiedendo di mettere una miccetta nel pane che stavo dando alle papere per vederle esplodere, ma non mi è sembrato poi così probabile, in fin dei conti. Poco dopo, forse deluso dal fatto che non avrei fatto esplodere neanche una papera, se n’è andato dandomi una pacca sulla spalla che sapeva di incoraggiamento, così sono ripartito alla ricerca di questa fantomatica spiaggia.





La spiaggia di Långholmen, in realtà affatto lontana dalla fermata della metro, si è rivelata un paradiso pieno di dee in top-less!!! Fantastico. Straordinario. Un solo piccolo problema: perché diavolo non mi sono portato un costume? Ma c’era poco tempo da perdere: le birre si stavano raffreddando, anzi, oramai erano più brodo che birre, quindi ho deciso di ripartire alla volta del campeggio per metterle in fresco, e, si, ovviamente anche per prendere un costume. Così eccomi qui, in questa spiaggia… no, in realtà è un prato d’erba sulle rive di un lago? Fiume? Mare? Impossibile dirlo. In effetti, dopo mezz’ora di osservazione dei numerosi bambini sul bagno asciuga che giocavano indifferenti nell’acqua che avrebbe fatto correre un orso polare a comprare un cappotto, ho percepito il risveglio della mia parte maschia, e mi sono tuffato (un tuffo che è durato circa 6 minuti e ½); devo confessare che gli svedesi hanno ragione: una volta fattaci l’abitudine non fa poi così freddo! E’ un po’ come andare a fare il bagno al fiume da noi! Al largo ho visto una piattaforma galleggiante piena di persone intente a prendere il sole e tuffarsi, in particolare i bambini, ed ho pensato di raggiungerla a nuoto. Una volta lì mi sono trovato di fronte all’esigenza di scalarla, visto che si ergeva sull’acqua con un dislivello di un metro e mezzo. Mentre i soliti fottutissimi bambini si arrampicavano senza apparente sforzo, maledicevo la mia stazza da Terminator e le catene scivolose sulle quali tentavo di arrampicarmi. Il fatto di avere i muscoli intizziti dal freddo ha poi ovviamente lenito la vergogna per la debacle della scalata, ma quando ho notato la passerella che la collegava alla terraferma ho cominciato a dubitare della mia comprovata intelligenza e ad inveirmi ad alta voce, pensando contemporaneamente al fatto che se avessi incontrato qualcuno che parlasse italiano avrei fatto il pieno di figure di caccola. In ogni caso ho fatto un bellissimo tuffo alla bay-watch davanti ad un gruppo di tre femmine alla bay-watch, pareggiando i conti con la sfiga. Tornato al sicuro, ancora una volta stupito per aver ritrovato tutte le mie cose, ho assistito all’arrivo di tre bellissime fanciulle circa della mia età che si sono sdraiate poco lontano da dove ero io. Fingendo disappunto per la scomparsa del sole dalla mia postazione mi sono spostato accanto a loro, per verificare l’efficacia della mia possente muscolatura (ancora intizzita dal freddo e quindi decisamente evidente), e sono stato ripagato da un fittissimo brusio di chiacchiere concitate su quello che sembrava un autorevole esercizio di civetteria avanzata professionista. Stupito che il nobile sport fosse praticato anche tra gli dei supremi, ho resistito alla tentazione di attaccar bottone, e mi sono anzi dedicato al libro di Clancy cercando di fare qualcosa che le incuriosisse. Poco dopo, infatti, si sono rivolte a me in Svedese (mi sono reso conto del fatto che probabilmente l’occhio azzurro comporta loro l’assenza di un discreto numero di diottrie: anche un idiota capirebbe che in me scorre sangue latino… ma forse hanno creduto fossi la seconda generazione di una famiglia immigrata) chiedendomi un accendino. Beh, a dire il vero non hanno detto proprio accendino ma "sciendare", ma io ho fatto il finto tonto, ed ho chiesto di ripetere la domanda in inglese prima di sganciare l’ardito accessorio in mio possesso. Purtroppo a questo non ha seguito alcun approccio, né mio né tanto meno loro, quindi sono tornato nel loro cono d’ombra. Ciò avrebbe dovuto essermi sufficiente, ma purtroppo ho deciso di sfidare la sorte chiedendole con fare imbarazzato di uscire. In realtà ho chiesto loro se conoscessero un posto carino in cui andare di sera, ma dalla loro risposta generica ho intuito che l’idea di invitarle non avrebbe trasformato questo nel giorno più bello della loro vita. Poverine: non sanno cosa si sono perse.

Si, ma intanto mi tocca tornare in campeggio ancora una volta da solo, e senza un’idea di cosa fare stasera. Così, dopo una doccia, mentre sedevo su una panchina del campeggio, intento a gustarmi gli occhi invidiosi e le narici dilatate delle persone intorno a me che odoravano il piatto di spaghetti dotato del mio speciale sugo di funghi che mi stavo cucinando, e soprattutto mentre mi scolavo mezzo litro di birra, ho preso una ferrea decisione: non sarei rimasto un’altra sera nel campeggio da solo!





Tornato quindi faticosamente alla metropolitana e da lì in centro, ho poi deciso di scendere una fermata prima della solita T-centralen, e sono approdato in quella che il mio “amico” ha definito la parte vecchia della città, residenza del Re. Camminando avanti ed indietro per la via, davvero carinissima, ho trovato un sacco di gente intenta a passeggiare in mezzo a qualche artista di strada. In particolare c’era una violinista che suonava tristi arie in quello che ritengo fosse il piazzale della residenza imperiale (ma non ne sono così sicuro perché non ho visto guardie), ed uno splendido gruppo di suonatrici piuttosto brave (non erano in sincronia al 100%) che suonavano il valzer di Strauss, Mozart, la Quinta di Beethoven, la Primavera di Vivaldi, la Toccata e fuga etc. Sentire l’eco dei miei passi sui ciottoli del pavimento accompagnati da melodie così soavi aveva qualcosa di inebriante, e rapito ho dimenticato buona parte del mio sconforto dovuto alla solitudine. Sarei rimasto lì per ore, ma alle 22.30 hanno smesso di suonare quasi tutti, quindi ho deciso di andare a cercare un posto in cui bere qualcosa. Di lì a poco ho trovato la cosa più simile ad una taverna irlandese che abbia mai visto in tutta la vacanza. Sarei volentieri entrato a prendere qualcosa, ma era un posto buio, pieno di persone con qualcosa da fare e musica dal vivo… non esattamente il posto in cui si possano fare delle conoscenze. Ho continuato a girare per un po’, scoprendo qualche altro locale interessante, ma avrei dovuto sborsare un bel po’ di quattrini. Da una parte ero anche ben disposto a spenderli, visto che le belle ragazze sembravano concentrarsi proprio in quei posti… ma dall’altra 40 Corone svedesi (quasi 5 euro) di spesa mi sembravano proprio esagerate per garantirmi il diritto di accedere al locale! Alla fine ho deciso di entrare in quel locale “irlandese”, farmi una birra e tornare a casa… in tenda, voglio dire. Dopo essermi separato da una cifra tutt’altro che indifferente mi è stata consegnata una fantastica pinta di birra e sono sceso al piano inferiore approcciandomi al vano tentativo di comprendere il genere musicale in esecuzione. La sala era davvero fumosa e strabordante di persone; non solo sembrava impossibile sedersi, ma pareva un problema persino stare in piedi in quell’angusto spazio, così ho deciso di ripiegare in una zona a parte, nascosta al piccolo palco e per questo bistrattata… oppure no? In effetti, da questa spoglia stanzina, dominata da un tavolo in legno “vissuto”, si poteva accedere ad una ulteriore stanza, dalla quale provenivano delle voci…”invitanti”. In realtà non erano, come forse qualcuno sta pensando, gaie voci divine, ma… un po’ come quando in un posto gremito di persone intente a conversare ti sembra di cogliere brani di una conversazione interessante… e la tua attenzione è irrimediabilmente compromessa da ciò che hai appena udito… in poche parole avevo sentito parlare italiano. Così sono entrato in quest’ultima stanza, ed ho scoperto un tavolo circondato da giovani del centro Italia, con una ragazza che parlava inglese con accento del nord e una svedese che parlava inglese. Il clima era decisamente goliardico, ed in cuor mio ho provato una profonda invidia per quei ragazzi che avevano “beccato” due belle ragazze e le stavano anche facendo divertire. Potevo essere anch’io come loro? Se avessi avuto un gruppo intorno, il gruppo giusto, e avessi bevuto quei due bicchieri che ti scaldano il cuore avrei fatto faville con le mie conoscenze linguistiche, ne ero sicuro, così, ancora una volta, la mia felicità si riscopriva compromessa dal fatto che ero da solo. Merde! Tuttavia oramai mi ero seduto, e anche volendolo era impossibile dissimulare la mia conoscenza dell’italiano, visto che mi veniva da ridere alle loro battute, così mi sono presentato, e dopo un po’ eravamo tutti amici pronti ad uscire per fare casino. Uno dei ragazzi mi ha spiegato di vivere in Svezia da qualche anno, e di essere fidanzato con la ragazza svedese, la quale si è gentilmente offerta di scortare me e gli altri italiani, giunti lì a raggiungere l’amico, in un club invitante. Adesso devo dire una cosa: quella sera sono successe tante cose per me. E’ stato l’evento X, quello che precede un grande cambiamento. E’ stato il momento in cui ho realizzato di potermi ancora fidare delle persone, e per quanto banale possa essere, riflettendoci a posteriori, devo dire che è stata una gustosa scoperta. Avevo paura di essere d’impaccio, di dare fastidio a quei simpaticissimi ragazzi, di scocciarli… ma sono stati di una squisita gentilezza che mi ha davvero sorpreso ed ammaliato. Più tardi ho dovuto decidere se separarmi da un’altra cospicua fetta del mio contante per entrare nel club. Io sapevo che era una cosa costosa, ma sapevo anche che non potevo tornare indietro, anche se, entrando, avrei detto addio all’ultimo treno per tornare in campeggio.

Una volta dentro mi sono trovato nuovamente sotto l’effetto dello stupefacente numero di ragazze simpatiche e intelligenti… no, ricomincio!


Una volta dentro mi sono trovato, come tutti gli altri, a sbavare come un disperato di fronte a cotanta “abbundantia”. Lo spettacolo era incredibile, costituito da un discreto numero di ragazze, di cui un buon 25% superava la media, ma di questo 25, un 30% era da vero sballo.

Ci siamo seduti cercando di farci coraggio, completamente sopraffatti dalla situazione. Nella sostanza, nessuno aveva una chiara idea di cosa significasse avere un approccio con una ragazza svedese. Da cosa si comincia? Accettano le persone che parlano altre lingue? Preferiscono i cacciatori in branco? Siamo vestiti nel modo giusto? Dal canto mio sapevo benissimo che non sarei mai e poi mai riuscito a ballare: a causa delle vesciche sotto i piedi riuscivo a malapena a camminare, ma dovevo pur tentare qualcosa… inutile girarci attorno… non ho combinato nulla. Di quella serata mi ricordo questo incredibile club, situato in una specie di salone da ballo ma con tre sale. Una di queste sale era separata dalle altre da una porta che non voleva saperne di stare chiusa, perché c’era sempre qualcuno che passava da una sala all’altra, e infinite volte mi sono domandato cosa si trovasse sotto quegli sguardi solidali ogni volta che mi accingevo a chiudere. Osservando le ragazze chiudere la porta ritenevo fossero abbordabili, ma avevo buono motivi per non pensare neanche ad un possibile approccio. Tanto per cominciare non potevo ballare con loro; non potevo tornare a casa perché la mia casa era una tenda in un campeggio distante parecchi chilometri, e soprattutto avrei avuto bisogno di essere un po’ brillo, ma ero assolutamente sobrio.




Dopo un (bel) po’ ho deciso di averne avuto abbastanza. I ragazzi italiani mi hanno lasciato il loro numero in caso volessi rincontrarli e mi sono incamminato alla ricerca di un mezzo per tornare a casa, guidato da una sorta di istinto migratorio. Il fatto è che sentivo che quello non era il mio posto in quel momento. Quasi ci fosse dietro uno strano disegno divino, mi sono trovato dopo pochi passi fuori dal locale nella direzione fortunata nella esatta fermata dell’autobus che mi avrebbe portato alla tenda (autobus che viaggiano alle 3 e mezzo del mattino??!). L’informazione mi è stata fornita da un gruppo di svedesi, due ragazzi fortemente progressisti ed una ragazza un po’ cicciona, i quali avrebbero preso il mio stesso autobus. Con loro ho subito attaccato bottone ed abbiamo parlato a lungo di un sacco di argomenti, dalle lunghe giornate scandinave, all’Italia e la sua cucina, a Roma (erano stupiti che non ci fossi mai stato), lo snowboard ecc. Era piuttosto strano trovarmi a conoscere persone così simpatiche alle 3 e mezzo del mattino, ma è stata una esperienza formativa perché, se possibile mi ha aperto ancora di più verso le nuove conoscenze, ed ha avuto anche un certo risvolto di cui parlerò più tardi. In particolare, è stata praticamente la prima amicizia di un certo tipo con persone non italiane. Arrivato faticosamente al campeggio ho vissuto uno dei momenti indimenticabili della vacanza quando ho potuto ammirare la bellezza dell’alba sul… lago? mare? fiume? che si trovava davanti a me. Era un panorama così bello che non potevo davvero non scattare una foto. Immaginate di arrivare in un campeggio, nel vostro campeggio, alle 4 e mezzo del mattino, di trovarvi a migliaia di chilometri da casa e trovarvi di fronte uno spettacolo come questo… il profumo di bosco e di pulito, l’erba priva di cartacce, il mare placido e silenzioso con le deboli onde che accarezzano i prati verdi, gabbiani che cominciano a mostrare il consueto spettacolo, uccellini che danno la sveglia a un qualcosa che ancora non può definirsi mattina… meraviglioso.



Stoccolma, Venerdì 25/07/2003

Il mattino dopo mi sono svegliato ad un’ora assolutamente successiva a mezzogiorno, e ne ho approfittato per pranzare con alcune delle cose che avevo comprato il giorno precedente. Avevo una vaga idea di come avrei desiderato trascorrere il pomeriggio; l’idea mi era già venuta, a dire il vero, a Copenaghen, ma non l’avevo messa in pratica perché il tempo a disposizione era limitato: volevo andare al cinema. Tornato in città, quindi, mi sono dedicato alla ricerca di una zona piena di cinema. Mi sono incamminato dalla stazione T-Centralem in una direzione a casaccio, convinto che avrei avuto fortuna, e dopo circa 40 minuti di cammino mi sono arreso a chiedere informazioni.



Sono arrivato in una elegante piazza in cui c’è il mercato dei generi alimentari (per il quale nutrivo un interesse pari a un documentario sull’accoppiamento delle zanzare), con davanti un elegante cinema multisala. In sostanza sono arrivato lì verso le quattro del pomeriggio, e il film sarebbe iniziato alle cinque e qualcosa, ma avevo portato un libro, ed in più mi stava scappando furiosamente la cacca. In sostanza ho approfittato dei pulitissimi bagni del cinema della mia catena preferita di cinema per fare una elegantissima Cacca con la C maiuscola ed un buon libro da leggere. Poi è iniziato il film, “Matrix Reloaded”, che avevo già visto in italiano e mi sembrava una scelta azzeccata, perché avrei visto un film in lingua inglese e senza sottotitoli. Non ho potuto fare a meno di apprezzare l’estrema educazione degli svedesi, che poco dopo l’inizio della pubblicità dei film hanno obbedito diligentemente ad uno spot sul rumore nei cinema spegnendo in un sol gesto tutti i cellulari: grandi! Dopo il film mi era tornata fame (il pranzo non era stato regale), e ho deciso di fare uno strappo alla regola regalandomi una irresistibile pizza nel ristorante del cinema multisala, e, colmo dei lussi, una fantastica pinta di birra chiara. Mi ricordo dell’estrema deferenza del cameriere e di un tavolo davanti a me con due ragazzi in carrozzella, ma ricordo soprattutto il fatto che fuori faceva freddo per il quale io non ero attrezzato. In effetti in Svezia il problema è proprio questo: l’escursione termica tra il giorno e la notte si mantiene importante anche d’estate e non si sa mai come uscire di tenda. Di notte, pile e jeans sono necessari, mente di giorno si girerebbe quasi in costume! In ogni caso, la visione del film ha avuto un importante risvolto: mi sono tuffato senza ritorno nella lingua inglese. In effetti, già dentro la pizzeria mi ero reso conto di quanto più fluentemente mi uscissero le parole, di quanto semplice fosse costruire frasi, e di quanto disinibito mi sentissi di fronte alla prospettiva di rivolgere la parola a qualcuno. Non aspettavo che l’occasione giusta per lanciarmi in una approfondita discussione. Purtroppo (o per fortuna) non ero in grado davvero di resistere ancora tanto tempo fuori con la temperatura che aveva raggiunto i quattordici gradi (avevo il pile ma non i jeans), e sono stato costretto a decidere tra un fugace ritorno al campeggio e la ricerca di un locale. Sfruttando la mia oramai consumata conoscenza della città, mi sono messo a girare per il quartiere vecchio, fino a che mi sono trovato di fronte ad una scena familiare: una specie di locale dal quale la musica si irradiava per parecchi isolati. Seguendo la musica mi sono trovato così nel bel mezzo di una lunga coda per entrare, circondato da ragazze non tanto alte ma di una bellezza mozzafiato. Essere lì, circondato da loro e inebriato dai loro caldi profumi era sconvolgente, ma ancora peggio è andata quando una delle più carine è sbocciata in un sorriso da far vacillare un arcivescovo per ringraziarmi di averla fatta passare davanti a me: “you’re very kind”. Mamma mia! Poco dopo mi sono trovato, previa una attenta ispezione della mia patente di guida da parte di una guardia, in una specie di scalinata di un palazzo (chiuso) e due balconi con musica e bar. La scalinata saliva verso l’entrata e poi deviava con due rami a disegnare una sorta di T, che permettevano di raggiungere le terrazze. In poco tempo il “locale” si è talmente riempito che trovarsi sulle scale significava lunghi contatti con ragazze che dovevano strisciare sul tuo corpo per raggiungere l’apice della scala (no comment). Dopo aver preso la mia birra, ed un po’ preoccupato per la quantità di soldi spesi, ho incontrato i due ragazzi conosciuti alla fermata dell’autobus e poi lungo il tragitto fino al campeggio. Ho trascorso del tempo con loro, cercando di sfruttarli per conoscere un po’ di gente, ma senza particolari risultati, visto che erano impegnatissimi a salutare tutti i loro amici maschi, ma mi sono anche reso conto che non si può cercare di conoscere solo femmine. Non sono rimasto moltissimo tempo in quel locale, anche perché cominciavo ad avere freddo e volevo riuscire a dormire al campeggio. Convinto di riuscire a rifarmi l’indomani, Sabato, sono tornato a dormire.



Stoccolma, Sabato 26/07/2003


La sveglia è stata piuttosto scioccante per il semplice fatto che faceva più buio del solito: cosa era successo? Ma era ovvio: nuvole cariche di pioggia. Ciò rappresentava un importante problema, visto che avevo intenzione di tornare in centro. Voglio dire: ero perfettamente attrezzato ad affrontare pioggia, vento, freddo ed acquazzoni, ma quello doveva essere l’ultimo giorno nel campeggio e volevo chiudere una tenda quanto più possibile asciutta. La tenda, tra l’altro, cominciava ad essere un vero letamaio ed anch’io avevo un odorino che non scherzava, così mi sono risolto a fare una abbondante doccia e a mettere tutto in ordine per l’indomani. Il freddo mi ha tolto ogni dubbio sul tipo di abbigliamento, e dopo un pasto decoroso sono di nuovo scappato in centro per vedere un nuovo film al cinema, con però la necessità di comprare un nuovo biglietto, avendo oramai concluso l’abbonamento per i tre giorni al metro’. Voi obietterete che era da sfigati, ma avevo poche alternative. Il sabato pomeriggio di un giorno di pioggia in una città di cui non si conoscono i ritrovi abituali e nella quale non si hanno amici non è un posto che ti lasci molte scelte. Così mi sono ciucciato Hulk in lingua originale e senza sottotitoli, e ho seguito più del 70% dei dialoghi del film (per quanto mi riguarda devo dire niente male!) senza difficoltà. Dopo ho deciso di visitare i negozi (andare a cercare un museo mi sembrava troppo triste per una persona da sola), e mi sono comprato il primo libro di Harry Potter in inglese, che ancora mi mancava (il secondo ed il terzo li avevo comprati in Inghilterra, mentre il quarto lo avevo comprato in Italia). Successivamente ho preso a cercare un centro commerciale, e ne ho scoperto diversi. Tra uno scroscio di pioggia e l’altro ho visitato un negozio simile agli InterSport con un sacco di belle cose che piacciano a me. Ero tentato di comprare una borraccia per il campeggiatore, o uno dei magnifici zaini che venivano esposti (sigh, molto più belli del mio), o le magliette e le scarpe, ma non avrei avuto lo spazio nello zaino se non al prezzo di pesanti sacrifici. L’idea di fondo era quella di comprare qualcosa di carino per il sabato sera, ma non avevo intenzione di far ritorno al campeggio, quindi non ho comprato nulla. Mi sono poi avventurato in un altro centro commerciale su più piani e mi sono messo a guardare roba di elettronica ed un gioco di Hulk per playstation, ma dopo un po’ mi è tornata fame e sono andato a cenare in un MacDonald. Mentre ero li a mangiare stavo riflettendo sulle mie sensazioni: qualcos’altro era cambiato in me. Avevo trascorso il secondo pomeriggio di fila al cinema ed in completa solitudine, ma non mi sentivo affatto derelitto, né particolarmente triste al pensiero della mia solitudine. Avevo appena avuto tre serate niente male, e cominciavo ad aver fede nel fato… qualcosa sarebbe successo, qualcosa di interessante, e se anche non fosse successo… mi sarei inventato qualcosa. A volte è davvero strano come avvengano le cose. Uscito dal fast-food, dopo poche centinaia di metri aveva smesso di piovere, e mi trovavo sulla via principale della città, riconoscibile perché costellata da una distesa di cingome appiccicate per terra, a causa del continuo flusso di turisti maleducati. In sostanza mi sono fermato ad osservare una partita su un maxischermo di Eurosport, una partita di calcio di cui non mi importava assolutamente nulla. Mi trovavo poco lontano dall’uscita principale dalla stazione T.Centralem, quando un ragazzo non svedese si rivolge a me chiedendomi qualcosa. Il ragazzo non sembrava particolarmente interessante, e tra l’altro era anche brutto, quindi non immaginavo certo potesse aiutarmi a fare qualche interessante conoscenza… ma le cose sono andate molto diversamente. Abbiamo cominciato a parlare, alternando l’inglese con l’italiano, ed ho appreso che veniva dalla Turchia, e che si trovava lì assieme al suo gemello e ad alcuni suoi amici che ha insistito per presentarmi. Io lo ho seguito, ed in breve mi ha presentato tutti i suoi fratelli ed alcuni amici. L’unico in grado di parlare un buon inglese era un ragazzo nero estremamente “fico”. Mi faceva venire in mente quei ragazzi americani che si vedono nei film. Indossava un abbigliamento da tri hop, una serie di amuleti e cose tribali… ad aveva un carisma notevole. Sembrava assolutamente disinibito nei confronti delle altre persone, e mi ha detto, poco dopo, di essere fidanzato con una ragazza svedese che però non sarebbe uscita quella sera perché appena tornata dal lavoro. Di se mi ha detto che lavorava in una piscina in centro, e di essere un animale da ballo. Poco dopo sono arrivate altre persone, ed ho avuto modo di osservare una serie di bruttissimi turchi circondati da bellissime ragazze svedesi. La cosa mi ha fatto davvero piacere, perché mi sono reso conto dell’esistenza di persone capaci di guardare al di là della superficialità. In Italia, quasi nessuno di quei ragazzi sarebbe riuscito a mantenere una sfilza di ragazze come quelle, ma bastava vedere come si abbracciassero per capire quanto coppie fossero affiatate. Il ragazzo nero mi ha proposto di andare assieme a lui in discoteca, soprattutto per tranquillizzare la sua ragazza, piuttosto possessiva, a detta sua. Siamo saliti sulla metropolitana e lui mi ha offerto il biglietto, poi mi ha portato in un locale con la solita coda all’aperto, ma questa volta la coda era davvero lunga. Io ero vestito in modo abbastanza decente per entrare in discoteca, ma avevo con me il marsupio della Ferrino, per giunta completamente stracolmo di roba. Avevo soldi, portafoglio, amico, HP1, cellulare ecc, tutti stipati davanti a me. Il ragazzo non aveva intenzione di fare tutta la fila, ed in pratica mi ha obbligato a saltarne una buona parte, con forte disappunto di una ragazza nera che aspettava assieme alle sue bellissime amiche bianche sotto la pioggia. Dopo una mezz’oretta siamo riusciti ad entrare nel locale, che si è rilevato essere un luogo assolutamente fantastico, stracolmo all’inverosimile, e con un sacco di bella musica commerciale e belle ragazze a ballarla. Loro portavano prevalentemente vestiti con la maglietta bianca, ed il caldo soffocante tendeva a rendere le magliette leggermente trasparenti. Ogni tanto le ragazze uscivano fuori per una pausa, incuranti della pioggia leggera, ed attaccare bottone era davvero un gioco da ragazzi. Il ragazzo turco mi ha dopo offerto una birra, ma dopo un po’ di tempo ci siamo persi di vista e preoccupato per la pioggia ho deciso di anticipare il rientro in campeggio per non rischiare di dover riprendere l’autobus.



Stoccolma, Domenica 27/07/2003


Mi sono svegliato intorno alle 9.30 ed ho cominciato a prepararmi alla partenza. Per fortuna era tornato il sole, quindi sono riuscito a far asciugare la tenda prima di partire. Giunto in stazione mi sono trovato costretto a prendere una decisione: Goteborg oppure Oslo? Ambo i treni partivano intorno alle 13, quindi avevo l’imbarazzo della scelta. In cuor mio sapevo che le svedesi erano belle ragazze, ma non sapevo nulla delle norvegesi, quindi ho preferito prolungare la permanenza in Svezia ed andare a Goteborg.
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